Il Teatro val bene una Messa!

E’ notizia fresca fresca, come vivido pescato nella notte di luna nuova, il fatto che alcuni ristoranti italiani, nella disperazione dell’ennesima chiusura da Covid, non potendo proseguire a servire i pasti neanche più in orari antimeridiani si siano attrezzati per aggirare l’ultimo decreto legge Draghi del 12 marzo 2021. L’inganno, per così dire, è stato quello di rendere estensiva una norma già varata che permetta ai ristoranti tradizionalmente intesi di diventare nella notte “mense aziendali”. Così riporta “Il Fatto Quotidiano” del 15 marzo 2021: “L’interpretazione estensiva è quella datata 22 gennaio dal vice capo di gabinetto del ministero dell’Interno Paolo Formicola. Su richiesta della prefettura di Latina che chiedeva lumi su come applicare questa eccezione alle regole, il prefetto ha chiarito che nulla osta a svolgere nei locali pubblici l’attività di ristorazione nei confronti di lavoratori di aziende con cui ci sia un rapporto contrattuale per la somministrazione di alimenti e bevande.

Insomma fatta la legge trovato l’inganno. Che però, a volere vedere il fatto, con tutta la santa pazienza e sopportazione per i danni causati dalle restrizioni Covid, inganno proprio non è, semmai è legittima restituzione del maltolto. Un po’ come l’anello di Andreuccio da Perugia della novella del Boccaccio, che dopo le traversie melmose e la perdita del patrimonio se ne torna a casa più ricco di prima. E poi che differenza può fare un servizio di ristorazione con quello di mensa se non il cambio nella funzione specifica degli utenti? Al ristorante si siede il passante per libero godimento alla mensa il soggetto aziendale. Ma entrambi sono persone che mangiano e godono dello stesso servizio.

Così mi è venuto in mente una naturale similitudine che potrebbe tirare su le sorti dei teatri chiusi, orfani anche della intempestiva boutade del Minister Franceschini sulla presunta apertura del 27 marzo corrente anno.

Il teatro nasce come rito sacro, come ditirambo, ovvero canto corale in onore di Dioniso. E come tale si sviluppa nella sua evoluzione millenaria dove gli officianti sono gli attori e i fedeli il pubblico astante. La natura sacra del teatro è stata mantenuta con tutte le sue possibili declinazioni epocali, facendone per eccellenza un rito che finge certo, ma celebra allo stesso tempo l’azione esemplare degli eroi, antichi o moderni che siano, al fine di muovere l’animo dello spettatore. Come nella santa messa, mi si consentirà, dove il copione è sempre uguale dalla notte del IV secolo dopo Cristo, secondo l’agostiniano congedo dei catecumeni: “Ecce post sermonem fit missa catechumenis, manebunt fideles” (Ecco, dopo il sermone, si faccia il congedo dei catecumeni, restino i fedeli)! E che si tratti di Messa in rito latino o romano o in rito greco o  armeno o ambrosiano, il modulo celebrativo si ripete ogni volta uguale a se stesso, con lo stesso copione fatto dalle stesse parole,  secondo una funzione recitativa che fa credere ai fedeli che ogni volta sia cosa nuova e di nuova e misterica Transustanziazione. Ebbene il teatro non è affatto diverso. L’atto della sua transustanziazione è la catarsi necessaria del pubblico che rinnova il suo ‘credere’ in quello che vede semplicemente nell’atto concreto dell’azione. L’alzare il calice dell’officiante nel rito della messa equivale allo strapparsi gli occhi di Edipo che sente il peso della colpa, entrambi sono momenti di piena adesione e ascensione verso un al di là misterico che provvede, o dovrebbe provvedere, a sollevare l’animo degli uomini.

Allora, signori, che si chiudano pure i teatri perché luoghi di cultura non ammessi a deroghe dai Dpcm, e si riaprano l’indomani come luoghi di culto a cui è consentito invece derogare e essere aperti. Celebreremo le nostre messe dando agli officianti nuovi nomi secondo il moderno rito della messa teatrale, dove la nuova liturgia avrà i suoi saluti, offertori, gli atti penitenziali e relative assoluzioni che i declinanti sacerdoti del nuovo culto mostreranno ai fedeli in forma di dialogo e monologo, di apparizioni e sparizioni, di luce e di ombre, riso o di pianto per celebrare ancora, anche in periodo di restrizione forzata ed ingiusta, il rito eterno, come lo è l’uomo, del teatro.

Si lo so, la Chiesa ci ha pure sconsacrati nei secoli, confinandoci senza degna sepoltura in terra non sacra, ma seguendo l’adagio di Enrico di Navarra possiamo con forza affermare anche noi che riaprire il teatro val bene una messa.

@Giuseppe Dipasquale  

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