Il teatro illustrativo

Per farla seria si potrebbe scomodare Grotovskji, maestro e Guru del teatro del Novecento, quando rimarcava la netta differenza che esiste tra chi compie un gesto illustrativo nel mettere in scena un’azione teatrale e chi invece si sforza di compiere un gesto umano e morale insieme. Ma qui, come diceva Flaiano, la situazione è grave, ma non seria!

E’ invalsa una strana e perniciosa abitudine nella committenza teatrale degli ultimi anni: considerare come l’unica possibile alla realizzazione teatrale la bella calligrafia degli spettacoli di alcuni metter en scéne, ma forse l’appellativo è eccessivamente nobilitante, che amano affrontare testi importanti, sia di prosa che di lirica, non considerando l’unica ragione che dovrebbe spingere un’ artista teatrale ad esporre una visione sul mondo attraverso il teatro, ovvero il testo. Se io decido di mettere in scena Edipo cerco di interrogarlo per farmi suggerire una forma, una epifania della sua sostanza che si materializzi in azione, spazio e tempo della messinscena. Non provo a cercare nel cassetto delle mie ideuzze un abito con lustrini non messo per il capodanno della mia creatività che faccia soltanto bella mostra e “illustri”, appunto, la calligrafia delle emozioni più che le emozioni stesse.

Ora questi esimi colleghi, che vogliono stupirci con effetti speciali, dovrebbero a mio avviso tornare a scuola. Non quella di Grotovskji beninteso, ma a quella dell’Aereopago sublime del Varietà e della Rivista teatrale, dove paillettes e brillantini vestivano semplici storie del gusto, del divertimento e dell’ evanescente edonismo dello sguardo, consapevoli di raccontare in scena un mondo leggero, luminoso, policromo e vago che esorcizzava la guerra e la morte che la vita si era incaricata in ben altro modo di narrare sulla pelle dell’umanità. Questi esimi colleghi dovrebbero comprendere che la necessità della leggerezza, dello stupore, dell’effettaccio e dell’ammiccamento superficiale al pubblico non era frutto di una vacuità creativa, ma scelta cosciente per fuggire un horror vacui che definiva in modo epocale la vita. Tuttavia l’errore di questa caleidoscopica posizione teatrale non alligna nelle mani di quei, ormai troppi purtroppo, teatranti sintonizzati sul verbo della mirabilia scena, dell’album delle figurine spacciate per teatro, ma, dolentemente, negli occhi della cosiddetta committenza. Quella committenza fatta di Direttori Artistici, Sovrintendenti lirici, Assessori turistici e Ministri culturali che bevono dal calice dell’ acido “Tavernello” un vino che credono sia “Calvados” invecchiato vent’anni, con la complicità silente di una critica teatrale ormai inesistente e buona solo per riempire spazi online di disinteressate testate giornalistiche.

La situazione è grave, ma non seria. E questo potrebbe consolarci, se non fosse che l’occhio del pubblico si carica di pesanti glaucomi. Ma davvero sostenere che il principio di moda che il bello, o presunto tale, sia lo specifico della ricerca e dell’arte dei nostri tempi ci salverà dalla kunderiana insostenibilità della leggerezza dell’essere? Siamo così sicuri che l’edonismo non più corporale, ma della pigrizia cerebrale di alcuni sia l’unico modello oggi sostenibile per raccontare la nostra complessa realtà e consentire ai novelli metteures en scéne di abbagliarci con luci, colori, immagini fuochi d’artificio anche se si sta consumando sulla scena il dolore di una donna che cerca vendetta per la morte della figlia per mano del padre o l’angoscia di un figlio inetto incapace di agire senza l’aiuto degli Dei?

Il teatro è specchio della vita, non specchio di uno specchio dove l’eterna Grimilde reitera il mood di chi sia la più bella del reame. Ci interessa davvero sapere chi è il più bello del reame o è invece più insito al senso del teatro scoprire chi ha più differenze, più particolari difetti dell’essere tali da mostrarci qual è la via per emendarli o usarli a nostro favore?

Eppure il teatro degli illustratori, novelli narcisi che di fronte ai propri spettacoli dicano e si facciano dire “che bello, che bello!” prolifera a dismisura.

La situazione è grave, ma non seria, diceva Flaiano, ma per quanto non seria il monito del Guru della scena del Novecento risuona forte alle nostre orecchie e ci auguriamo che lo stesso continui a fare in quelle del pubblico a dispetto dei sedicenti professori preposti alla committenza dello spettacolo:  L’artista non deve illustrare ma compiere un “atto dell’anima” tramite il suo organismo. Si aprono così, davanti a lui, due alternative estreme: egli può vendere, disonorare, il suo essere concreto e “incarnato” facendo di sé un oggetto di prostituzione artistica: oppure può donare se stesso, santificando il suo essere concreto e incarnato.  

@Giuseppe Dipasquale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.