La meravigliosa avventura della legge Madìa

La bella e brava Marianna Madìa, Ministro senza portafoglio per la semplificazione e la pubblica amministrazione nei governi Renzi e Gentiloni, forse non immagina che farraginoso percorso applicativo abbia fatto e continua a fare la legge che porta il suo nome sulla riforma della Pubblica Amministrazione (DL 90/2014). Farraginoso ed applicato a seconda dei casi, come sempre in Italia per le leggi che danno fastidio ad alcuni e piacciono ad altri, specie in un settore come quello teatrale dove fantasia, si sa, ce n’è a iosa quando si tratta di leggi.

Il pubblico ignaro potrebbe fare una legittima domanda: ma cosa c’entra il teatro con la Pubblica Amministrazione? Sgombriamo subito il campo dicendo che il teatro finanziato è ormai in larghissima parte P.A. a causa del controllo e partecipazione che il Mibact e gli Enti locali hanno sui vari Tric, Teatri Nazionali, Festival, Fondazioni ed Enti lirici e chi più ne ha più ne metta, che occupano la totalità del flusso di denaro che orbita dallo Stato agli enti produttivi. Pertanto, come già acclarato da tempo anche dal Consiglio di Stato, un teatro stabile, per fare un esempio a caso, è una Pubblica Amministrazione sul piano finanziario, e i suoi dirigenti sono sottoposti alle regole e alle leggi che valgono per le P.A. “Le persone in pensione, sia nel settore pubblico che in quello privato, non possono lavorare né avere consulenze retribuite per le pubbliche amministrazioni. E’ possibile soltanto, dopo la pensione collaborare a titolo totalmente gratuito, al fine di trasmettere le competenze ai colleghi più giovani”, sintetizza la ex Ministra sulla pagina del suo sito dedicata proprio a questo articolo della legge. Ma, come si evidenzia nella legge, il problema riguarda anche il settore privato.

Così, se in un Teatro Stabile viene nominato un Direttore, deve essere fatto entro i limiti dell’età pensionabile. Si può non essere d’accordo, ed io non lo sono perché nel campo dell’opera d’ingegno e della creatività non esiste un’età pensionabile! Ma è legge dello Stato, e tutti dovrebbero rispettarla. Ha avuto validità per chiedere a Sergio Escobar, bravo e storico Direttore del Piccolo Teatro di Milano,  di fare un passo indietro; ne ha fatto le spese l’anima dell’ERT, Emilia Romagna Teatro, Pietro Valenti che pur ancora in grado di dare moltissimo a quella prestigiosa istituzione che aveva portato ai massimi livelli europei, ha dovuto lasciare per raggiunti limiti di età; è valsa anche per Carlo Freccero che ha lasciato il suo incarico di direttore di Rai Due, canale della Tv di Stato. Insomma validi manager e artisti del settore hanno pagato sull’altare della riforma Madìa il limite della loro anagrafe pensionabile come se con lo scattare dei sessantasette anni il cervello e il cuore creativo si mettesse in quiescenza non potendo dare più nulla di quello che fino a quel momento invece aveva prodotto. Un mera assurdità. Specie se la si considera a fronte di una impunita deroga e disattesa della legge che in diversi casi è stata compiuta. Il primo caso del recente passato fu compiuto all’I.N.D.A., l’Istituto Nazionale del Dramma Antico quando si procedette, nella totale distrazione dei più, alla nomina dell’armai ultrasettantenne Gioacchino Lanza Tomasi tirato fuori dal cappello di una terna a danno dei suoi concorrenti. Se ne accorsero due anni dopo costringendolo alle dimissioni. Altro caso eclatante è stato quello del “Pasticciaccio di Via de’ barbieri”, ovvero del Teatro di Roma, con la prima nomina a Direttore di Giorgio Barberio Corsetti, già in quiescienza all’atto della nomina e quindi neanche candidabile per la legge, ma assolutamente legittimo per il CdA del Teatro presieduto da Emanuele Bevilacqua che con una serenità degna del miglior  Tartufe molieriano dichiarò “Ma Corsetti ha maturato la pensione fuori dai teatri italiani?!”. Ovvero il suo inganno era più furbo della legge e dei gonzi che altrove la seguivano e non ammetteva interventi, che mai ci furono dai Boiardi di Stato ministeriali. Per non parlare dei teatri lirici quali la Scala e il San Carlo nella tripletta quiescienziale di Pereira, Mayer, Lissner, accuratamente curati dal grande medico di Corte Salvo Nastasi, e risultati del tutto immuni per dna ministeriale agli effetti della legge Madìa. Insomma c’è chi è sottoposto agli obblighi normativi e chi no.

In tutto questo, un assordante silenzio delle istituzioni e, tranne alcuni casi, della categoria, ha sepolto ogni possibile protesta. Neanche per difesa dei singoli, vittime della Madìa, magari al solo scopo di chiedere per tutti, l’inapplicabilità della legge al settore dello spettacolo dal vivo. Il silenzio degli impuniti, verrebbe da dire, ma si sa, in Italia, per certe cose, nessuno paga dazio!

Purtroppo non è ancora finita. Altri casi si profilano all’orizzonte sui Teatri Pubblici Italiani, altre nefande vicende ci attendono da spettatori ed altri usi personalistici della norma dello Stato applicata al settore pubblico e privato del teatro  si profilano nel prossimo orizzonte, con buona pace nostra, di Marianna Madìa e grande soddisfazione dei Boiardi di Stato.

L’ultimo caso è di qualche giorno fa. Un artista di valore come Giorgio Ferrara è stato nominato nuovo Direttore del Teatro Stabile del Veneto, realtà che dopo un inaspettato esordio come Teatro Nazionale all’uscita della nuova legge “Franceschini” è stato retrocesso durante la gestione Ongaro a semplice Tric. Che Ferrara vada a dirigere uno stabile dopo avere prestigiosamente diretto il Festival Internazionale dei Due Mondi di Spoleto non v’è nulla di strano, salvo che, anche per lui, e ci dispiace doverlo dire, dovrebbe valere la stessa norma che non vede più Escobar o Valenti alla direzione dei rispettivi teatri, poiché ha superato abbondantemente il limite di quiescenza. Allora la domanda è: che cosa sta succedendo? E’ mai possibile che esista una disposizione nascosta della legge, che fini giuristi da me interpellati non hanno saputo scovare, secondo la quale la legge Madìa può essere applicata a discrezione? E’ mai possibile che il girotondo di finti bandi per i teatri pubblici e le leggi che dovrebbero regolarlo siano solo specchietti ipocriti per allodole gonze citate e messe in atto solo quando si vuole aggirare la legge e non rispettarla? E’ mai possibile che lo Stato, e nella fattispecie il Ministero che controlla l’operato dei teatri pubblici, sia governato da chi invece di intervenire al fine del rispetto normativo opera costantemente per la sua continua e personalistica disattesa? Non dovrebbe essere possibile mai nel paese che ha dato i natali al Diritto Romano, ma purtroppo lo è!

@ Giuseppe Dipasquale

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