Largo ai vecchi, che i giovani non son pronti.

Non vi è a mio avviso adagio più conformista in questo ultimo periodo come quello rivolto alla riscossa della gioventù. In un rigurgito da orbace e fez, da più parti, specie da sinistra, si ode la tromba del moschettiere di turno che intona a gran voce “svecchiamento, svecchiamento!”.

Che bella parola, “svecchiamento”, carica dell’illusione semantica che quella ‘s’ privativa possa deterrere all’immanente avverbiale che deriva da vecchio. Ho sempre trovato una buona dose di ipocrisia disonesta in chi si pone come svecchiatore, rottamatore, rimodernatore, ringiovanitore,  e così via, ponendo il cuore della propria azione su una presunta equazione tra giovane età e talento collettivo, tra balda giovenil prestanza e precoce progresso di idee, tra imberbe volontà di azione e dinamismo creativo.

Ma si, certo, come non riconoscere la vitalità di un ventenne o di un trentenne di fronte alla marcia posata di un cinquantenne o un sessantenne. Come non apprezzare la freschezza di intuizioni di un giovane che si affaccia al mestiere, rispetto all’elaborato cadenzato di idee di un maturo artista. Ma il punto è un altro e l’età, credetemi, non c’entra proprio nulla.

In teatro non si fa che un gran starnazzare di svecchiamento come se la misura dell’arte fosse l’anagrafe e non invece, come dovrebbe essere, la forza delle idee e la sua proiezione nel futuro basata su solide fondamenta anziché su facili impressioni.

I più grandi capolavori sono nati dalle giovani menti dei più maturi scrittori. Shakespeare scrisse il suo Lear a quarant’anni, che corrispondono ai sessanta di oggi. Lo stesso vale per Anton Checov e il Giardino dei ciliegi, o per la Filumena  di Eduardo, per il Malato immaginario  di Molière e via dicendo. Un artista, un poeta, un drammaturgo, a cui aggiungerei per similitudine un attore, un pittore o un chimico, un ingegnere, un matematico, un filosofo, ha dato il meglio di sé prescindendo dall’età, ma ascoltando solo la voce della sua interiore maturità che aveva l’urgenza di rivelare quell’idea che avrebbe fatto fare un passo in avanti  all’umanità intera. Alcuni si sono affrettati, come Mozart, altri se la sono presa comoda, come Jorge Luis Borges, ma nessuno degli alfieri del sacro fuoco di Promenteo ha mai avuto l’appannaggio di una guerra di religione culturale contro la senectude.

Perché dobbiamo essere onesti con noi stessi: i giovani non sempre sono pronti. E non certo per colpa loro, ma per la vita – che per loro fortuna – non li ha sottoposti a quello che un grande teorico del teatro chiamava “la fame”. “La cosa più urgente non mi sembra, dunque, difendere una cultura, […] ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame”, dice Artaud ne Il Teatro e il suo doppio.

E questo, mi spiace per le signore e i signori da salotto che pontificano teorie senza mai essersi sporcati le mani, non si acquisisce per investitura culturale, ma per vita vissuta. Tutto il teatro del dopo guerra italiano è stato quel grande teatro perché la forza di vita pari a quella della fame era un ricordo nitido e cogente. Il dolore di una grande interpretazione di Salvo Randone o Turi Ferro era figlia della fame, quella di una grande regia di Strehler era figlia della fame. Ad assistere a quel prodigio vi erano sì i giovani di allora, che sono diventati anche i vecchi di oggi, ma proprio in virtù di quella opportunità ne hanno potuto suggere il senso, il modo, la forza che hanno poi tramandato ad altri giovani dopo di loro. Ovvero una catena fatta di vecchi e giovani interconnessi ad una virale esperienza che travasa vita da una generazione ad un’altra. Non riserve indiane dove le generazione legate ad una vita vissuta venissero relegati in panchina perché dei presuntuosi giovani avrebbero loro mostrato come si faceva. Vi immaginate Gabriele Lavia che nel suo giovane meraviglioso Edgard nel Lear di Strehler dicesse al grande maestro, “mettiti da parte, che ti faccio vedere io come si fa?!”.

La vita, come l’arte, è un passaggio di testimone per farne virtù e conoscenza. Non si può prescindere da questo connubio generazionale che deve condividere attese e gavetta, come occasioni e successi. Oggi invece sembra che i giovani, galvanizzati anche da qualche triste vestale con l’ambizione di vivere una gioventù mai vissuta a suo tempo, vogliono tutto e subito, producendo così il vero veleno dell’arte come dell’amore per l’arte. Un atto d’amore, come quello del teatro, è un atto che si consuma col tempo della vita. Quando si è pronti si diventa uomini e donne, non prima. Ma oggi i giovani, forse, non vogliono accettare ciò. E allora si impone una scelta: largo ai vecchi, che i giovani non sono ancora pronti!

@Giuseppe Dipasquale

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