Il Covid ci salvi dai monologhi!

Diciamolo subito: io non sono affatto contrario alla forma del monologo. E’ una struttura fondamentale per chi si occupa di drammaturgia, come per il pubblico che in una commedia o in un dramma pretende di fermare l’azione e si mette in ascolto del vero pensiero del personaggio.

Cosa sarebbe Amleto senza “Essere o non essere…”, Il Mercante di Venezia senza “Se non nutrirà nient’altro, nutrirà la mia vendetta…” o i Giganti della Montagna senza “Potevo essere anch’io, forse, un grand’uomo, Contessa. Mi sono dimesso…”, solo per citare i più famosi? Sarebbero monchi, acefali, mancanti del respiro magico che conduce il viaggio dello spettatore nei meandri della terribile solitudine del personaggio costretto a fermarsi e ri-flettere su sé l’azione del dramma che lo conduce.

Dunque prevengo ogni illazione su chi, volendosi scagliare contro il monologo, possa arrivare a dire che non è teatro. Il monologo è il sale del teatro, il suo gusto e la porta più ambita per guardare la verità dell’azione scenica.

Tuttavia c’è un però? Eh già, esiste un però, grande quanto…un monologo. Arrivati al punto in cui siamo arrivati, con il Covid19 quasi alle spalle (così si spera almeno), con la necessaria riapertura dei Teatri (così devono obbligarci a credere) è davvero così facile e disinvolta la risposta a questa crisi? Riapriamo con i Monologhi?!

Il grande progetto dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa lancia una stagione di monologhi di grandi interpreti intitolata  “Per voci sole” con illustri artisti quali Laura Morante, Luigi Lo Cascio, Lunetta Savino, Claudio Santamaria, Isabella Ragonese. Nulla da dire, se non che verrebbe facile parafrasare il festival pensato all’impronta del Covid come “Solo voci…?”.

E l’azione? Il drama?  Ma come, l’agorà per eccellenza, dove nasce il grido di Prometeo ad Oceano Derkou theama, “guarda questo spettacolo”, diventa sistematicamente per una stagione quello che fu eccezionalmente nel passato occasione per assoli unici e irripetibili (penso al Tiresia di Andrea Camilleri)?

Lasciatemi esprimere il mio sospetto. E’ un modo furbo, ma non all’altezza di grandi strutture, declinare la crisi sulla forma monologante. E non per un fatto artistico che, come dire, inserito in un programma più articolato ci sta pure, ma per una questione – non me ne vogliano i giovani amici per l’uso di un termine così desueto – etica. Già qui siamo nel pieno di una scelta etica che i grandi teatri hanno il dovere di fare. Il caso dell’INDA è solo un caso, ma ho paura che i veri grandi teatri TRIC e Nazionali si accoderanno volentieri a questo mood annunciando al pubblico, con faccia di circostanza che sono costretti a fare questo visto le condizioni, eccetera eccetera… 

Ma davvero vogliamo credere che in palcoscenico, pur con tutte le misure di sicurezza (distanza interpersonale ecc.) non si sia in grado di raccontare una storia, un’azione con gli attori, anche tanti,  che si muovono senza compromettere le regole assurde,  frutto di ignoranza del problema, imposte dal Comitato scientifico? Suvvia, siamo onesti! Possono gli spettatori non cogliere la facilità per usare questa misura ridicola, ma chi fa teatro ha il dovere di dire la verità. Un’azione tra due o più personaggi in scena può essere raccontata anche se gli attori non si toccano. Il palcoscenico ha già una sua distanza di sicurezza che noi tutti applichiamo per virtù di grammatica teatrale anche in momenti non pandemici. Il Teatro può essere recitato in tutti i modi, lo si è fatto e sempre lo si farà. Ogni grande artista potrebbe dirvi, in tutta lealtà, che Giulietta e Romeo possono amarsi anche senza toccarsi ed essere ugualmente credibili.

Qui, però, la ragione etica riguarda un’altra questione di vitale importanza: riguarda il corretto ruolo del teatro pubblico, soprattutto. Data ormai per certa la conferma del FUS per tutti i teatri ad esso soggetti, ed in modo particolare per quelli pubblici, senza necessità di dimostrare e raccogliere per l’algoritmo della legge le giornate recitative e lavorative necessarie, ecco che ai beneficiari si impone una regola etica non scritta. Essi riceveranno per il loro contributo anche quello relativo alla quota parte degli oneri sociali che avrebbero dovuto versare al personale artistico scritturato. Cosa che naturalmente non verseranno perché allo stato attuale non hanno artisti scritturati.

Gli Stabili, Tric o Nazionali che siano, sono gli unici (lo dico senza tema di smentita) ad averci guadagnato in questa crisi. Buon per loro. Il loro personale in organico è coperto dai fondi che i Soci (Regione, Città Metropolitana e Comune) già gli versano. Il Ministero sta facendo la sua parte versandogli per le spese ammissibili anche la somma per gli artisti mai scritturati. Le spese di gestione, ugualmente coperte dalle quote sociali,  si sono di fatto ridotte causa la mancanza di attività. Dunque l’equazione è compiuta. Minimo sforzo, maggiore guadagno.

Però, ecco si sempre però, non può funzionare così. Qui scatta il dovere etico dei teatri pubblici.  Non vorranno davvero questi teatri incassare il fondo ministeriale e non coinvolgere il maggior numero di artisti che sono rimasti alla canna del gas di questa indecifrabile pandemia? Vorranno davvero appropriarsi di queste risorse economiche – verrebbe da dire indebitamente, visto che sono quote destinate alle pensioni degli artisti e che proprio a loro non andranno – e presentarsi al pubblico con dei monologhi, per quanto celebri e di attori celebrati? Mi auguro davvero proprio di no.

Mi aspetto invece che la stagione a venire, come quelle successive,  siano davvero con compagnie numerose, distanziate in scena come Comitato vuole, ma che interpretino il senso di una rinascita unitaria del Teatro, dove i grandi – proprio per essere degni di questo aggettivo – facciano davvero i Grandi e si rivolgano a coloro, i tanti, i troppi artisti, che senza alcuna colpa sono rimasti colpiti, atterrati, invalidati e bombardati da questa insulsa catastrofe, e gli garantiscano quella che pur con un brutto termine viene chiamata continuità lavorativa.

Questo fa un teatro pubblico degno di questo nome. Questo fa un teatro che non ha perso il valore etico insito nel gesto di Prometeo che regalò, contro il volere degli Dei, il fuoco agli uomini.

Ché per un dono che ai mortali io porsi,

   sotto il giogo sono io di tal destino:

   la furtiva predai fonte del fuoco

   nascosta entro la fèrula, che agli uomini

   maestra fu d’ogni arte, ed util sommo.

@Giuseppe Dipasquale

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