I teatri riaprono, moriremo Conformisti!

I Teatri riaprono! Evviva, che gioia, prepariamoci tutti! Il pranzo è servito e gli amici se ne vanno.

Il 15 giugno, nel pieno del caldo, dopo un coito interrotto il 4 marzo 2020, si riprende come nulla fosse.

Non è successo niente. Pandemia? Si, ma con cautela. Covid19? Si, ma con precauzione. D’altronde un teatro val bene una… chiesa. E allora il testo dell’ Oberführer Conte stabilisce che “Dal 15 giugno 2020, detti spettacoli sono svolti con posti a sedere preassegnati e distanziati e a condizione che sia comunque assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia per il personale, sia per gli spettatori, con il numero massimo di 1000 spettatori per spettacoli all’aperto e di 200 persone per spettacoli in luoghi chiusi, per ogni singola sala.”.

Voi direte, ma non sei contento? Non è una buona notizia?

Certo a volere essere un buon conformista non posso non esser contento. E sicuramente, a rigor di conformismo, è una buona notizia. Non sta bene, in questo momento fare il menagramo. Tutti gioiscono, tutti sono ai nastri di partenza, tutti pronti a ricominciare. Tutti. In special modo alcuni grandi Festival del centro nord che avrebbero perso grandi sponsorizzazioni, o i teatri lirici, che insieme ai Tric e Nazionali nel settore prosa, non avendo perso un euro in questa crisi pandemica, sono pronti dall’Alpe alle Piramidi, a schierare la propria flotta per nulla decimata.

Che volete farci?! Il Fus è confermato, senza obbligo di dimostrare criteri quantitativi; il personale in organico dei grandi teatri pubblici, prima in lavoro agile, poi in cassa integrazione, era tuttavia coperto dalle quote sociali dei Soci fondatori. E dunque, perché non ricominciare?

Anzi sono proprio contento che questi grandi teatri pubblici, lirici e di prosa, ci hanno pure guadagnato: hanno risparmiato, a danno degli artisti, una considerevole cifra di oneri previdenziali che loro prenderanno dal Ministero, ma che non verseranno agli artisti i quali, poveretti loro, comunque avevano perso il lavoro

Bisogna gioire, tutti in coro e tutti all’unisono. Conformarsi alla grande magia del coniglio uscito dal cappello e dire a se stessi: non era quello che volevi?  

Si, ma lo confesso, non con piena soddisfazione. Non con autentico godimento. Non con piena rassicurazione che questa sia la soluzione giusta. Non con acquiescente piacere di militante conformista.

Che so, avrei gradito un comando dell’ Oberführer che mi dicesse: oggi, 15 giugno 2020, riapriamo i teatri all’aperto e verifichiamo che tutto si svolga senza ritorni epidemici. A settembre valuteremo l’apertura dei teatri al chiuso. Nel frattempo cerchiamo di rimediare al disastro involontariamente causato al settore dove i piccoli si sono fatti male. E’ a loro che penseremo, oggi.

Perché se i sillogismi sono ancora un processo della mente, me ne sorge uno spontaneo: ma se a settembre c’è una nuova necessità di lockdown e i teatri aperti a giugno, sull’onda del conforme entusiasmo di riapertura, hanno annunciato anche la nuova stagione che partirà a ottobre, che faremo? Diremo nuovamente al pubblico: abbiamo scherzato, si torna tutti a casa e tanti saluti ai suonatori, con buona pace degli Enti lirici, Fondazioni varie Tric e Nazionali inclusi, che comunque hanno fatta salva la pagnotta? Dove nuovamente gli unici a farsi male saranno soltanto quei pochi teatri privati rimasti?

No, mi spiace, questa volta non voglio essere un buon conformista. Questa decisione la trovo ambigua e dettata da interessi di precise lobbies.  Questa volta voglio confutare anche Gaber, ricordate: “Il conformista, È uno che di solito sta sempre dalla parte giusta; Il conformista Ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa …” Mantra confortante, questo, che ci aveva fatto riconoscere per un quarto di secolo l’identikit di quello che Laurence Ferlinghetti, parafrasando lo shakespeariano Lear rievocava nel pieno di una “Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore e i cui pastori sono guide cattive.” Oggi, mi duole dirlo, celebrando il funerale del caro, affezionato, docile Conformista, non è più così. Che pena non avere neanche più questa certezza. Oggi, il Conformista, ha traslocato. Sta dall’altra parte della barricata, dove tuonava la voce del leone che ruggiva al branco di pecore. Solo che stavolta, le pecore ruggiscono, e ruggiranno sempre di più, mentre il leone bela il suo verso noiosamente.

@Giuseppe Dipasquale

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