Tutti in maschera!

Facciamo un’ipotesi: fra un mese riapre tutto. Tutte le attività di carattere culturale, ludico, sportivo, religioso e fieristico, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico (quali, a titolo d’esempio, cinema, teatri, pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse e sale bingo, discoteche e locali assimilati) come recita il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, saranno aperte. Tutti liberi, tutti aperti.

Ma come? Così, senza protezione alcuna? Senza precauzione di sanità che ci preservi da una nuova ondata del virus che tanto ci ha martoriato. No, non sia mai. Col virus – ma direi sottovoce, meglio, con la paura del virus che c’è rimasta – bisognerà convivere. Come dire, bisognerà farselo amico, capire come si muove e dove, evitarlo accuratamente e prediligere tutto ciò che il virus odia e di cui muore inesorabilmente. Lavarsi spesso le mani. Evitare il contatto ravvicinato con le persone. Evitare abbracci e strette di mano. Mantenimento di una distanza interpersonale di almeno un metro. Igiene respiratoria (starnutire e/o tossire in un fazzoletto evitando il contatto delle mani con le secrezioni respiratorie). Evitare l’uso promiscuo di bottiglie e bicchieri. Non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani. Coprirsi bocca e naso se si starnutisce o tossisce. Pulire le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol. Usare la mascherina.

Ed eccolo qua, Madamina, il catalogo è questo!

Lo dovremo continuare a mettere in pratica, lo vorremo continuare a mettere in pratica prima di tutto per noi stessi cercando – siamo sempre nel campo delle ipotesi – di recuperare la normalità della quotidiana attività.

Così, come era un tempo, ci recheremo in chiesa, al pub, al cinema a … teatro. E lo faremo osservando rigorosamente le prescrizioni che ci siamo dati. Usciremo da casa lavati e vestiti e igienizzati, con guanti e mascherina. Arriveremo in teatro trovando, questo si come prima, a mala pena parcheggio. Ci metteremo in fila in strada ad almeno cinquanta metri dall’ingresso del teatro: non siamo arrivati presto e abbiamo davanti una quarantina di persone che a distanza interpersonale di almeno un metro, sono già in fila. Finalmente arriverà il nostro turno. Siamo stati bravi e non dobbiamo passare dal botteghino perché abbiamo comprato il biglietto online. Incontreremo i nostri amici e da lontano, stringendoci il gomito forse, ci saluteremo per poi ritornare a distanza di sicurezza. Dall’alto, su un trespolo come quello degli arbitri di una partita di tennis, una mascherina, quella addetta allo stacco dei biglietti, chiamerà il nostro numero appositamente stampato sul ticket di ingresso e ci inviterà a strappare la matrice da noi stessi per infilarla dentro un’urna di plexiglass appositamente igienizzata anch’essa. Poi, uno per volta, entreremo in sala, che troveremo alquanto cambiata. Difatti le poltrone sono state sigillate ed imballate con l’alternanza di due posti inibiti: uno buono, due posti inibiti, uno buono, due posti inibiti e così via, tanto da fare sembrare la platea teatrale un magazzino di imballaggio in attesa di trasloco.

Troveremo il nostro posto, isolato nella quarta fila con due posti inibiti avanti, due posti inibiti dietro, due posti inibiti a destra e due posti inibiti a sinistra. Ci sentiremo strani, è vero, ma che diavolo, siamo pur sempre a teatro! E poi, vogliamo dirlo, non avere davanti uno alto quanto un castello che ti impedisce la vista e sonnecchia mentre tu vuoi goderti lo spettacolo è un dato altamente positivo. A questo punto, una volta tutti sistemati a nostri posti, quando tutta la fatica delle procedure di ingresso stava per cedere il posto al desiderio della visione, accadrà l’impensabile. Dal centro della sala, come una bomba contenuta sotto cento materassi, ma così potente tuttavia da farsi sentire, una signora, al limite delle proprie forze, lottando con l’indicibile destino che le ha assegnato di farlo, proprio a lei, lì, ora, produrrà il temibile scolo rinofaringeo.

Lancerà infatti, quella povera signora, un reboante starnuto di semplice e pura allergia alla polvere! Si, perché quella a teatro non mancherà neanche dopo. Il panico. In un virivirì il teatro si svuoterà, e tutti, provetti atleti di fughe d’emergenza provate e riprovate a casa con estenuanti simulazioni, saranno nel tempo record di cinque secondi e mezzo usciti fuori dal teatro per strada invocando l’intervento degli artificieri igienici prima di potere rientrare.

Pazienza, si ricomincia tutto d’accapo. Ci vorrà un’altra buona mezz’ora, ma tutto si sistemerà e riusciremo, con la stessa modalità di prima, a ritornare ai nostri posti prontamente sanificati dalla squadra di pronta igiene.

Ed eccoci qui, allora, con la nostra bella maschera al volto a protezione sanitaria della bocca e del naso, ansiosi ed emozionati di vedere lo spettacolo. Le luci si spengono, la musica parte, il sipario lentamente si apre e, oh visione delle visioni, un attore, un personaggio, il Principe Amleto, in mezzo alla scena che guarda in sala sperduto e stranito.

Imbarazzo tra noi del pubblico. Ha dimenticato la parte? E’ emozionato a tal punto da fare scena muta? Attende che un altro personaggio entri a dargli la battuta? No, nulla di tutto questo.

E’ che gli è venuto un pensiero non appena si è aperto il sipario.

Di colpo ha realizzato che anche lui, come quegli spettatori stasera, porta e fa portare al suo Amleto una maschera igienico sanitaria. E questo lo ha destabilizzato, capendo in quel momento che di lui, e del suo personaggio, il pubblico non vedrà nulla delle emozioni che si scolpiranno sul suo volto, come lui non riuscirà a capire fino in fondo che reazione avrà il pubblico al suo “Essere o non essere”, perché  come lui, quella sera nella sala teatrale del dopo Covid19, sono e saranno inesorabilmente tutti in maschera!

@Giuseppe Dipasquale

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