Il Teatro ai tempi del cattivismo

Voi direte che sarebbe pressocché impossibile che teatro e cattivismo possano coesistere. L’Arte teatrale, per eccellenza cerimonia sacrale della condivisione e del catartico messaggio morale ai popoli, come può essere considerata alla stregua di una posizione contro l’uomo e la sua costituita società o addirittura, così recita la Treccani, come un’ Arte che “mira a tenere alto il livello dello scontro politico e ad alimentare i contrasti sociali”? Sembra difficile, ma oggi la barretta del termometro segnale tale febbriciattola. Cosa di poco conto, se la confrontiamo con la tracotanza redenta di Edipo Re o con la tragedia dell’ ingratitudine di Re Lear, ma purtuttavia presente, invadente, condizionante.

Il cattivismo alligna nella mediocrità. Di essa si pasce e sugge dalle mammelle del nulla eterno per la disperata necessità di essere qualcosa o qualcuno puntando il dito contro qualcos’altro o qualcun’altro.  Esempi se ne contano a decine negli ultimi anni. Roba, se volete, da cortile, da cicaleccio innocuo, che un tempo si metabolizzava nel corso di una cena dopoteatro tra vino e buon umore e un senso di appartenenza alla famiglia dei teatranti e che svaporava il cattivismo in abbracci e baci finali.

Rimane storica un’eccelsa manifestazione di Cattivismo con la maiuscola, consumata al Teatro Quirino negli anni Novanta da due mostri sacri come Vittorio Gassmann e Carmelo Bene. Questi stava tenendo una conferenza sul teatro, in sala seduto Vittorio Gassmann. I due erano pure amici e si stimavano e si rispettavano a vicenda, cosa che ad esempio Bene non faceva, berlinandolo più e più volte, nei confronti di Giorgio Strehler. Ad un certo punto, a sorpresa, quasi fosse l’incipit di “Questa sera si recita a soggetto”, Vittorio tuona un’invettiva contro Carmelo: “La devi finire di coglionare il pubblico con queste falsità sul teatro…”. Il divinato dionisiaco apparso alla madonna – Carmelo Bene appunto – rimane basito e interdetto. “Ma come Vittorio… perché… ? Io ti ho sempre rispettato… “ Insomma il finimondo. Motivo della bagarre? Gassmann era arrabbiato perché qualcuno – la calunnia, si sa, è un venticello – gli aveva riferito parole non proprio benevole di Bene nei confronti del figlio Alessandro allora agli esordi della carriera.

Insomma cattivismo, mediocrità (in questo caso dei delatori) e calunnia vanno sempre a braccetto. E non v’è modo di controllarle. Specie ai tempi dei social. La piattaforma dell’imbecillità è diventata una iattura per il clima e l’etica della compagine dei teatranti: ormai chi si sente escluso, chi non ha avuto la scrittura agognata, chi, pur consapevole della propria inadeguatezza al talento  e al successo, pretende un riconoscimento qualsiasi che lo faccia esistere, mira a vedere gli altri come usurpatori ed ha la sua revenge nel cattivismo frustrato del tanto peggio tanto meglio. E’ talmente diffuso e talmente ha permeato i vari settori della comunicazione che del Cattivismo si potrebbe fare un catalogo alla maniera di quello di Cyrano sul suo naso.  Da Giornalista aggressivo: “Quell’uomo, signori, è un brigante perché ha incontrato un brigante!”. Da Politico catastrofico: “Non possiamo far alleanze con chicchesia, perché il popolo – ah, il popolo! – non lo capirebbe”. Da sindacalista drammatico: “Hanno pesato sulla pelle dei lavoratori – ah, i lavoratori! – che reggono le sorti di questo paese”.

Insomma il cattivismo è come un abito di haute couture, un modello di Coco Chanel, eleganza senza tempo e buono per ogni occasione. Il segreto sta nell’ indossarlo prima che lo facciano altri. Che mondo sarebbe oggi senza cattivismo?!  Pallide comparse nella vita hanno costruito la loro carriera sul cattivismo. Più feroce mostra i denti il pescecane, più visibile diventa l’aureola di personaggio celebrato, osannato, profumatamente pagato. E la verità? E’ tutto vero quello che la stilettata del novello D’Artagnan infligge al malcapitato, ignaro d’esser così brigante e così vittima insieme? La verità?!  Non è contemplata. Perché a gridarla in faccia a tutti, la verità, si sa, si verrebbe presi per pazzi e rinchiusi in un riaperto manicomio.

@Giuseppe Dipasquale

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